Poesia: Finiguerra A.: Tatemije
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Finiguerra A.: Tatemije

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Raccolta di poesie postuma, in dialetto lucano con traduzione italiana, in cui l'autrice, malata di cancro, esprime i suoi sentimenti e le sue riflessioni in attesa della morte.

Qta:

Tatamije
Assunta Finiguerra

Pagine: 114
Codice: 16857
EAN 978-88-425-4624-5
Collana: Argani


«E dì o fruate mije Gese Criste a tele ca tesse è chettone murtigne re trame sò racioppe senza vigne e re cemose làcreme de cere.»

Fra i poeti nati nel dopoguerra, o con loro operanti, un'ala minoritaria ma non secondaria va a intensificare peculiari e diversi rapporti della poesia con la realtà. È quanto vuole fin qui sottolineare la Collana Argani, prima con Franco Loi, poi con Guido Oldani, cui ora si aggiunge Assunta Finiguerra con la raccolta postuma in dialetto lucano Tatemije (Padre mio). Il campo di battaglia, dove si consuma il corpo a corpo fra la protagonista e il male, si restringe alla propria valle, poi casa, quindi persona. Le stelle sono come armenti testimonianti chiamati a raccolta. Dio è padre e nemico, il padre attanaglia la memoria, assente e a ridosso. La realtà è granulare, e la si sente con il fiato grosso, e neanche l''amore, quando mai, mantiene le promesse. Gli oggetti e le metropoli sono lontani e il vento dello spirito soffia dove vuole, cioè qui, perché questo scenario contenutissimo e aspro è il luogo dove si può esprimere, al meglio, la propria delusione per l''altrove, anche metafisica, e trovare il coraggio per saper giungere fino alla lirica dell''invettiva. Non c''è timore per niente e nessuno, sia esso il cielo o il trafiggimento che viene dal dolorare. Il linguaggio è diretto e frontale, scorciato fin quasi senza scampo, ma altrettanto, quasi miracolosamente, dice proprio tutto quel che c'è da dire; come in parabole in cui, per esprimere l''infinito, il lessico necessario non ha affatto bisogno di esserlo lui pure. È il momento in cui si appalesa la tenuta del poeta, che è forte e risoluta. Il campo semantico, dunque, si restringe fino ad affilarsi, ma le bordate per tenerlo dilatato sono continue, delicatissime e al contempo poderose. Si può cantare qualunque situazione, versando in qualsivoglia condizione. Il poeta può trasformare la penuria o l'aggravio in posizione di privilegio del canto. Assunta Finiguerra lo fa da poeta di rango, utilizzando una delle tante insopprimibili lingue della letteratura pea. La tenerezza, l'ironia, fin quasi lo scherno, nei versi sfrontati e accorati di questa poetessa, stanno a indicare l''ottenimento di una leggerezza che può essere anche l''ossimoro di una, oggi, troppo a lungo temuta ponderosità.


L'autore
Assunta Finiguerra (1946-2009), poetessa di San Fele (Potenza), nasce come sarta, ma dal 1995 inizia a scrivere poesie in dialetto lucano. Queste le sue raccolte: Se avrò il coraggio del sole (in italiano), Puozze arrabbia, Rescidde, Solije, Scurije. Nel suo dialetto ha raccontato anche la storia di Pinocchio con Tunnicchje, a poddele d''a Malonghe. È inserita nel quinto volume dell'antologia Nuovi poeti italiani a cura di Franco Loi.


Rassegna stampa

Rassegna stampa
13.07.2011 Corriere della Sera

Rassegna stampa siti internet
05.01.2011 Logopea




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